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Dizionario del dialetto bagnolese

Considerazioni generali a cura del Prof. Aniello Russo

Il lavoro ha preso inizio nel 1964, quando per affrontare l’esame di glottologia all’Università di Napoli, raccolsi i primi 500 vocaboli relativi al mondo agricolo di Bagnoli, intervistando nel bar Centrale una diecina di contadini, tra una partita di briscola e un’altra di tressette. Essi furono i primi testimoni della nostra parlata che oggi non adopera più molti dei termini che allora erano di uso comune: halà (sbadigliare); munnulià (spazzare il forno); scurfuglionu (pipistrello), ntìla (manico dell’accetta) marrùffu (misura di 50 litri), casàzza (mucchio di covoni di grano) ecc. Ripresi la ricerca nel 1975, utilizzando il registratore: raccolsi racconti (cunti) e canti, appartenenti alla nostra tradizione orale, dalla voce di Giulia Ciletti. E poi ho continuato fino a oggi. Ho intervistato oltre settanta bagnolesi (tra casalinghe, negozianti, musicanti, pastori…), accumulando un patrimonio prezioso e vastissimo della cultura popolare del nostro paese, registrato in oltre cento cassette.

Il contesto storico documentato riguarda la situazione del dialetto bagnolese dagli anni ’40 (quando i testimoni intervistati erano ragazzi) fino sulla soglia del 2000, quando essi avevano ormai superato i settanta/ottanta anni; un cinquantennio di grandi trasformazioni: la guerra, l’emigrazione, l’industrializzazione e l’abbandono dei campi, che hanno stravolto anche il nostro linguaggio. Sicché accanto a termini antiquati: ngimma (sopra), maccatùru (fazzoletto), tarraturu (fazzoletto) appaiono pure frequenti neologismi: ncoppa (sopra), irèa (idea), littirìzia (itterizia), che i nostri nonni chiamavano malu r’ l’arcu…). Tutto io ho registrato e documentato con rigore scientifico. Ed è giusto che abbia fatto così, perché la mia finalità è di documentare lo stato del dialetto del nostro paese in un preciso momento storico, che grosso modo corrisponde, come dicevo, alla seconda metà del secolo trascorso. Altro scopo del dizionario è quello di testimoniare, oltre ai tratti peculiari della parlata, i messaggi di una comunità, la ricchezza di termini legati naturalmente ai lavori e ai mestieri diffusi nel nostro centro, il complesso delle norme che regolavano la vita nella nostra Bagnoli.

Pur avendo superato i 13.000 vocaboli, sbobinando solo parte di queste cassette, non ritengo esaurito il mio dizionario, né sarà mai esaustivo un lavoro che concerne una parlata popolare, che sfugge a qualsiasi controllo e che oggi si trasforma quasi giorno dopo giorno. Per tale motivo invito ogni bagnolese a suggerire voci dimenticate del nostro dialetto, a colmare eventuali lacune, e a correggere le probabili inesattezze. La parlata bagnolese appartiene a tutti i bagnolesi, ed è bene lasciare alle nuove generazioni una testimonianza quanto più fedele della nostra cultura di contadini, di pastori e di commercianti. Ecco la mia e-mail: aniello.russo-1941@poste.it Il lavoro così come è strutturato è più di un dizionario. La lettura delle espressioni esplicative dei vocaboli (detti, proverbi, credenze…) eleva la mia fatica al livello di una piccola enciclopedia; infatti sono presenti moltissimi toponimi del nostro territorio, i soprannomi originali delle famiglie, le pratiche magiche, la medicina popolare… insomma tutto il materiale che documenta la vita della nostra comunità.

Il metodo di trascrizione della nostra parlata vernacolare è quello che io scelsi nel 1988, al tempo della pubblicazione della “Grammatica di un dialetto irpino”. Non mancano tuttavia nel nostro linguaggio popolare diversità fonetiche (fenìsci-furnisci) e morfologiche (cantina-cillàru), dovute sia alla diversa età dei testimoni sia alla varietà dei loro mestieri. Il pastore e il commerciante di Bagnoli, per le loro attività girovaghe, hanno rivelato il possesso di un dialetto più dinamico; invece, il contadino e il boscaiolo o la casalinga, per le loro attività stanziali, hanno manifestato un linguaggio più statico, ma non meno contaminato da fattori esterni (gli anni del servizio militare al Nord per i maschi, le canzoni napoletane, la radio e la televisione, e non ultima la liturgia cristiana). Di queste influenze lessicali (dai sanniti ai greci, dai romani ai longobardi, dagli ebrei agli spagnoli), come della creatività linguistica dei bagnolesi parleremo prossimamente.

Quanto alle etimologie dei toponimi, oltre a quelle già consolidate e genericamente accettate dagli studiosi, dopo vari confronti con i colleghi docenti di Glottologia e di Dialettologia nei miei anni di collaborazione con la Università di Salerno (cattedra di Letteratura latina), ho avanzato le mie ipotesi, alcune delle quali forse parranno discutibili.


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